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domenica 23 aprile 2017

Orecchiette piccanti con mozzarella di bufala e verdure



La ricetta di questa domenica è perfettamente abbinata alla band che l'accompagna, un mix di fresco, cremoso, saporito e piccante che stuzzichera il vostro palato!

Ingredienti:
  •      350 g orecchiette
  •      10 pomodorini piccadilly
  •      1 spicchio d’aglio
  •      6 filetti di acciughe sott’olio
  •       150 g mozzarella di bufala
  •       olio d’oliva EVO
  •       1 cucchiaio abbondante di granella di mandorle
  •       10 asparagi
  •       sale q.b.
  •       peperoncino q.b.
  •       pepe q.b.


Tagliate gli asparagi in piccoli pezzi e metteteli a bollire in acqua salata. Mettete a bollire l’acqua per le orecchiette. Nel frattempo tagliare l’aglio a fettine sottili e mettetelo a soffriggere in padella a fuoco basso, con i filetti di acciughe e un filo d’olio. Tagliate i pomodori a cubetti e aggiungeteli in padella. Amalgate bene il tutto e una volta cotti aggiungete gli asparagi e un mestolino di acqua di cottura della pasta. Quando il sughetto si sarà ben amalgamato aggiungete il peperoncino ( a ognuno la sua quantità ideale..se vi piace piccante, abbondate altrimenti ne basta un pizzico!) Far cuocere le orecchiette e una volta pronte travasatele nella padella col sugo e aggiungete la mozzarella spezzettata grossolanamente con le mani. Fate saltare per qualche secondo e servite aggiungendo la granella di mandorle..

Song: "The Lemon Song" Led Zeppelin



L’uscita di “Led Zeppelin I” aveva lasciato dietro di se un eco di consensi notevole: l'album d'esordio dell'omonima band era andato ben oltre il successo sperato, portando il quartetto britannico da un relativo anonimato alla fama mondiale in poche settimane. Dal momento che gli Zeppelin, primo fra tutti il loro manager Peter Grant, sapevano bene che la potenza e la personalità della band si esprimevano soprattutto negli spettacoli dal vivo, il periodo successivo l'uscita del primo disco fu seguito da un'epopea di concerti tra Europa e Stati Uniti. In particolare, da giugno ad agosto gli Zeppelin si esibirono in quattro tour europei e tre negli States, per decine e decine di date, talvolta più di una in un giorno. Fu in quel periodo di iperattività che "Led Zeppelin II" , il secondo album in studio della band di Jimmy Page, venne composto e registrato. Rispetto al primo disco, che a quanto ci dice lo stesso Page era stato registrato in appena 30 ore, per questa seconda fatica occorsero circa otto mesi di lavorazione, spezzettati tra le interminabili date ed i conseguenti viaggi in pullman ed in aereo, le sbronze, le groupies e tutto il resto. Tutto questo “movimento” rende Led Zeppelin II probabilmente il miglior disco del primo periodo, il "vero" disco d'esordio dei Led Zeppelin. Le basi rimanevano blues, ed ancora anzi più di prima Page e Plant attingevano a piene mani dal solito bacino musicale. Per usare un eufemismo, a dire il vero: titoli, testi, melodie vennero "saccheggiati" un po' ovunque ai soliti bluesman di fiducia, rielaborati o perfino riproposti pari pari. Un giochino che costò agli avvocati della band tanta fatica e tanti soldi, cause spesso vinte ed altre giustamente perse, come quella con Willie Dixon. Tutto ciò non significa che Led Zeppelin II fosse un album derivativo, anzi. La sua personalità è unica e si distacca totalmente dalle fonti di ispirazione. Ma soprattutto, usando un minimo di senno di poi, o anche solo approfondendo l'analisi di quel particolare periodo storico e culturale, musicalmente parlando, "rubare" impudicamente dal repertorio di autori classici non fu  affatto un errore da parte dei Led Zeppelin, e nemmeno una grande infamia. Andrebbe infatti ricordato che tra la fine degli anni '60 e tutti gli anni '70 era pressoché la regola avere qualche causa aperta per plagio (nel blues poi, era quasi tradizione), ed ogni band o artista che si rispettasse era costantemente impegnata in un lavoro di revisionismo atto a cercare nel passato la chiave per il futuro. I Led Zeppelin quella chiave l'avevano trovata, ed è in virtù di ciò che il costante confronto con i capisaldi storici del loro sound era stato non solo necessario, ma essenziale, per loro e per il rock. Insomma, plagio o no, Led Zeppelin II è un album riuscito in pieno, come dimostrano sia le vendite, sia l'immortalità di molti dei suoi brani. Le ragioni di un così buon lavoro in un contesto tanto caotico sono molteplici, e vanno ricercate tanto nelle persone che vi lavorarono quanto negli spazi e nei tempi in cui dovettero agire. Il primo motivo è presto detto: i concerti live. Fu proprio il continuo lavoro sul palco l'energia ed il nutrimento per il secondo album, nulla di cui stupirsi per una band che aveva fatto della sua capacità di fomentare il pubblico la propria carta di identità. Fin dal primo album, addirittura lo studio di registrazione veniva preparato da Page allo scopo di catturare una sonorità che sembrasse suonata dal vivo. Grazie al continuo suonare davanti ad una folla inneggiante, grazie alle baldorie, grazie al sesso ed agli eccessi, Led Zeppelin II risente di una purezza, di una grezza e genuina potenza che esprime esattamente quello spirito che i 4 rappresentavano, e che tenevano a far cogliere al loro sempre più vasto pubblico; anche le improvvisazioni sul palco e le sperimentazioni estemporanee di quelle serate indiavolate, avrebbero profondamente segnato la personalità dell'album, rendendolo unico e maledettamente graffiante. Un altro  motivo che contribuì a rendere l'album quasi perfetto e degno di essere considerato il "vero disco d'esordio degli Zeppelin", fu la partecipazione. Con questo termine intendo sia l'affiatamento tra i quattro musicisti britannici che una più generica alchimia tra di loro, ma soprattutto una oggettiva partecipazione di ognuno di essi alla realizzazione di ogni aspetto del disco. Se infatti i Led Zeppelin erano ancora la "creatura" di Jimmy Page, è anche vero che le intense settimane e mesi passati a suonare insieme, fin dalla primissima formazione come New Yardbirds, avevano creato un profondo spirito di corpo, una maturazione artistica sia individuale che collettiva che non si sarebbe fermata fino alla morte di Bonzo. A differenza del primo album, su Led Zeppelin II non c'è un solo brano scritto unicamente da Page; tutti i pezzi vedono la partecipazione alla composizione di almeno uno dei membri del gruppo oltre a Jimmy, talvolta Robert Plant, ma più spesso tutta la band, nessuno escluso. Tutto ciò, fatta eccezione per Bring It on Home, attribuita al solo Willie Dixon, anche se giustamente rivendicata anche dagli altri Zeppelin in successive versioni.
L'album contiene molte metafore sessuali. Robert Plant dice: "Led Zep II era molto virile. Quello era l'album che stava per dire se avevamo o meno il potere di mantenimento e la capacità di stimolare. Era ancora blues-based, ma era un approccio molto più carnale alla musica e piuttosto brillante. È stato creato in corsa tra camere d'albergo e le GTO, e questo direi che è abbastanza.. '". Ad aprire il disco, una brevissima risata e un semplice riff di tre sole note. Saranno proprio quelle tre note a far entrare i Led Zeppelin nella leggenda. Il brano è "Whole Lotta Love", destinata a diventare uno degli inni per antonomasia del rock. Sorretto quasi totalmente da quel riff, evolve nella parte centrale in un baccanale rumoristico, tra percussioni tempestose, deflagranti distorsioni di chitarra e le urla viscerali e istintive di Plant. ecco le palesi "scopiazzature": la opener è ripresa da "You Need Love" di Willie Dixon (1962), e il terzo brano "The Lemon Song", blues lento e pesante, ma dalle improvvise impennate hard, da "Killing Floor" di Chester Burnett alias Howlin' Wolf. Il testo presenta ancora tendenze misogine, citando una celebre metafora sessuale di Robert Johnson: "Strizza il mio limone/ fino a quando non mi scende il succo lungo le mie gambe/ Se non strizzi il mio limone/ ti caccerò a calci dal letto". A questo testo si oppone quello di "Thank You", ballata con organo in evidenza, in cui Plant, nel primo testo scritto per il gruppo, omaggia la moglie. Il primo lato è completato dalla delicatezza acustica di "What Is And What Should Never Be", in cui emergono anche tendenze jazzistiche.Il lato B si apre con un altro capolavoro, "Heartbreaker", bignami per ogni successivo chitarrista, grazie all'assolo centrale privo di accompagnamento, che sperimenta uno dei primi tapping della storia. Sorvolando sulla piacevole e aggressiva "Living Loving Maid (She's Just a Woman)", le ultime tre perle dell'album sono le arrembanti "Ramble On" e "Bring It On Home": semi-folk la prima, in bilico tra languori acustici e scatti hard-rock, e blueseggiante (con tanto di armonica a bocca suonata da Plant) la seconda, e, tra queste due, lo strumentale "Moby Dick", contenente uno degli assoli di batteria più celebri della storia… Il design della copertina fu opera di David Juniper, al quale la band aveva semplicemente chiesto di "tirare fuori un'idea interessante". Juniper era un ex compagno di studi di Page alla Sutton Art College nel Surrey.La grafica della copertina si basò su una fotografia della Divisione Jagdstaffel 11 della Luftstreitkräfte durante la prima guerra mondiale, la famosa squadriglia volante capitanata dal celebre "Barone Rosso". Dopo aver colorato la foto, le facce dei quattro membri della band furono aerografate sui volti originali presi da una pubblicità del 1969. Gli altri visi aggiunti, secondo Juniper, furono Miles Davis o Blind Willie Johnson, un amico di Andy Warhol (possibilmente Mary Woronov) e l'astronauta Neil Armstrong, anche se in realtà si tratta dell'astronauta Frank Borman.

sabato 15 aprile 2017

Tagliatelle con pesto di fave e pistacchi.



Le fave sono sicuramente tra le verdure primaverili che preferisco ma mi piacciono più crude che cotte e quindi ho provato a utilizzarle  assieme ai pistacchi e alla menta per realizzare un pesto un pò alternativo!
  •     350 g tagliatelle
  • 250 g fave fresche sgranate / circa 1 kg con baccelli
  •  75 g pecorino
  •  1 spicchio di aglio piccolo (facoltativo)
  •  menta fresca
  • sale 
  • 1 pomodoro
  •  olio extravergine d'oliva
  • 2 cucchiai di pistacchi salato sgusciati

Sgranate le fave e privatele della buccia, mettetele nel bicchiere del frullatore. Aggiungete l’aglio sbucciato, i pistacchi, il pecorino tagliato a pezzetti, le foglie di menta e un pizzico di sale. Frullate fino ad ottenere una consistenza omogenea. Aggiungete abbondante olio per renderlo cremoso e aggiustate di sale e pepe. Cuocere le tagliatelle al dente in abbondante acqua salata. Prima di condire la pasta stemperare il pesto con poca acqua di cottura in una ciotola ampia. Aggiungere la pasta e mescolare bene in modo di distribuire bene il condimento. Se necessario aggiungere un filo di olio e servire con foglioline di menta fresca e qualche pezzetto di pomodoro fatto saltare in padella per qualche minuto con olio e uno spicchio d'aglio.
Songs. "Tomorrow Never Know" The Beatles



Il 5 agosto 1966 i Beatles danno alle stampe il loro album Revolver, e nulla sarà più come prima. Questo lavoro, infatti, cambierà, almeno per quel che concerne la musica leggera, quasi tutte le carte in tavola. Si può serenamente parlare di un pre-Revolver e di un post-Revolver, come capita molto di rado, nella storia e nella musica.Revolver, uscito mezzo secolo fa, e già prima Rubber Soul, uscito nel 1965, segnano il definitivo saluto alla fase puramente pop e leggera dei Fab Four. Da quel momento in poi entrano in scena aspetti sperimentali, legati a viaggi reali, spirituali e mentali che porteranno i Beatles verso una evoluzione e poi verso l’esplosione definitiva di Let it be. Da una parte ci sono suoni nuovi, provenienti in prevalenza dall’oriente, che si tratti del sitar o delle tabla, dall’altra un interessamento a quanto stava capitando in America, specie nella West Coast, quindi i suoni acustici, quasi folk, dei Byrds di Gene Clark, le commistioni corali e armoniche di Brian Wilson e dei suoi Beach Boys. In mezzo una vera e propria folgorazione per il suono proveniente da Detroit, e nello specifico dalla Motown. Quindi soul, con Otis Redding in testa.Non è possibile guardare a tutto questo senza tenere però conto di altri due fondamentali elementi. Da una parte i viaggi spirituali che guardavano a oriente, quindi, ma anche quelli trascendentali che guardano alla California, e a Berkley nello specifico. Non ci sarebbe stato Revolver, e prima di lui Rubber Soul, che di Revolver può essere legittimamente considerato un capitolo uno, se non ci fosse stato il lavoro di sperimentazione sull’LSD di Timothy Leary, con le sue teorie rivoluzionarie e se non ci fosse stato un abbondante uso di marijuana da parte dei quattro di Liverpool. Liverpool che, e questo è un altro aspetto fondamentale per capire in cosa Revolver è stato così rivoluzionario come lavoro, è sempre più lontana.Questo lavoro, infatti, è più che mai un lavoro legato allo studio di registrazione, quindi a Abbey Road, e a George Martin, prodigioso produttore che, in compagnia dei quattro, ha vissuto lo studio non più solo come un luogo dove suonare e incidere musica, ma anche dove intraprendere un viaggio nei suoni, osando laddove nessuno aveva osato prima. Del resto, ma questa è forse più leggenda che storia, Revolver sarebbe dovuto essere registrato a Detroit, proprio negli studi della Motown, e in seconda battuta in quelli di Memphis della Stax. Scartate entrambe queste soluzioni, i Beatles optarono ancora una volta per gli studi della Emi, a Abbey Road, e qui andarono a usare per la prima volta un nuovo metodo di sovraincisione, l’Automatic Double Tracking, che consentì loro di usare molte più tracce di quante non fosse possibile prima, usarono loop e compressori come non aveva fatto prima nessuno, provarono a cantare usando amplificatori per filtrare le voci, invece che collegando direttamente i microfoni ai mixer, lo stesso fecero per il basso e per i microfoni delle pelli della batteria. Insomma, sperimentarono anche nelle incisioni, oltre che nella scrittura. Il risultato è un album che suonò all’epoca davvero nuovo e di rottura, e che suona attuale ancora oggi. Il settimo album dei Beatles in studio, quindi, è un po’ un punto di non ritorno per il rock e il pop come lo conoscevamo prima, e volendo anche per quello che intorno al rock e al pop gira e girava. A questa esperienza seguiranno quelle ancora più estreme di Sgt.Pepper’s Lovely Hearts Club Band, del cosiddetto White Album, di Abbey Road e del finale Let it be. In questa occasione verranno sperimentati anche testi, daTaxman, di Harrison, con cui si apre il tutto, a quelli totalmente mistici, come Tomorrow Never Knows, con in mezzo i tanti pezzi in cui si fa cenno alla cultura psichedelica, da She Said She Said a Doctor Robert ispirata dal Doctor Robert Freymann, lo "Speed ​​Doctor" a New York che ha fornito droga a molte celebrità, tra cui i Beatles.Nell’album è contenuta anche la canzone che Paul McCartney considera da sempre la sua migliore composizione, Here, There and Everywhere. Insomma, primo album psichedelico. Primo album che usa lo studio in maniera diversa da prima, non più come mera sala di incisione, in cui si fanno convergere diverse influenze, da quelle orientali a quelle soul, passando per quelle folk,in cui spiritualità, politica e droghe hanno un peso molto alto...

domenica 9 aprile 2017

Torta di verdura primaverile



È arrivata la primavera e finalmente posso utilizzare in cucina alcune tra le verdure che amo di più, gli asparagi e le fave. Ho pensato di usarli per una torta di verdura un pò particolare che come base al posto dell'uovo e del formaggio ha una crema di tofu e peperoni..da provare!

Ingredienti:
  • 1 rotolo di pasta brisee
  • 2 peperoni (rosso e giallo)
  • 1 scalogno
  • 2 carciofi
  • 10 asparagi
  • 10 fave novelle (piccole!)
  • 2 patate viola piccole
  • 200 g di tofu naturale
  • 3 cucchiai di olio extravergine d'oliva
  • sale.


Lavare gli asparagi e sbucciate le patate. Metteteli a bollire per 10 minuti in acqua salata. quando saranno cotti ma non troppo morbidi scolateli dall'acqua e metteteli da parte. Lavare bene i peperoni, tagliarli a metà, eliminare i picciolo, i semi e i filamenti interni. 
Tagliarli a listarelle di un paio di centimetri di larghezza. Pulire e tagliare i carciofi a fette. Sgranare le fave. In una padella mettere l'olio e lo scalogno tagliato a strisce sottili. Portarla sul fuoco e farli ben dorare, quindi aggiungere i peperoni e i carciofi.
Saltare i peperoni e i carciofi a fiamma vivace per un paio di minuti, quindi abbassare la fiamma, unire un pizzico di sale, coprire e far cuocere per 15-20 minuti a fiamma medio-bassa, girando piuttosto spesso con un cucchiaio di legno.
Verso fine cottura scoperchiare, aggiungere gli asparagi, le fave e le patate tagliate a fette sottili , alzare la fiamma e rosolare qualche minuto finchè le verdure non si saranno insaporite..
 Frullate il tofu con 2 cucchiai d'olio, un pizzico di sale e qualche striscia di peperone cotto in precedenza ottenendo una crema.
Disponete la pasta brisee in una tortiera rivestita con carta forno e bucherellate il fondo con una forchetta.
Accendete il forno a 180°. M
escolate metà delle verdure con la crema di tofu. Stendete in maniera uniforme il composto e aggiungete l'altra metà delle verdure. Decorate a vostro piacere con altra pasta brisee e infornate a 180° per 20 minuti circa. Lascia raffreddare bene prima di tagliare a fette e servire.

Song: "Bitch" The Rolling Stones


Oggi vi parlo di uno dei locali storici nella scena musicale Inglese, il Marquee Club. Tra le mura di questo bar si sono conosciuti John Lennon e Yoko Ono, che all’epoca di quell’incontro gestiva una piccola galleria d’arte esattamente di fronte al club, così come si sono incontrati per la prima volta Paul Mc Cartney e la sua futura moglie Linda Eastman. Dietro l'esistenza del Marquee Club c’era Harold Pendelton. Pendelton era un giovane ragioniere con la passione per la musica jazz che lo porta a diventare un frequentatore assiduo nel circuito del jazz di Londra durante i primi anni '50. Alla fine lascia il lavoro per diventare il segretario della Federazione nazionale delle organizzazioni Jazz della Gran Bretagna, formate da un comitato di musicisti, critici, giornalisti e proprietari di club che stavano cercando di innalzare la qualità della scena del jazz in città.
Quando la sala da ballo Marquee ha iniziato a perdere popolarità ,nel 1958, ad Harold Pendleton è stata presentata l'opportunità di aprire il nuovo jazz club che aveva sempre sognato e così il Marquee Club è nato.
Nel 1963, una nuova generazione di artisti ha iniziato ad essere contattata per calcare il palco del club, come ad esempio Blues di Six e Big Pete Deuchards Country Blues. E proprio su questo palco ha visto la nascita una delle più grandi band della storia: il 12 luglio del 1962 la Blues Incorporated del chitarrista Alexis Korner avrebbe dovuto esibirsi come di consueto nella “serata blues”. Quel giovedì di luglio, però, accade un imprevisto: Korner e i suoi danno forfeit, perché impegnati a registrare alla radio. Pendleton è disperato ma il leader della Blues Incorporated lo tranquillizza. Il suo complesso non suonerà, ma si farà sostituire da sei fan accaniti. Il repertorio dopo tutto resta il blues di Chicago, tanto Willie Dixon con qualche spruzzata di Chuck Berry. Alla batteria c'è Mick Ivory che di lì a qualche anno debutterà con i Kinks, al basso Dick Taylor destinato a entrare nei Pretty Things, al piano uno spilungone scozzese di nome Ian Stewart. Ma saranno i rimanenti tre elementi della band a cambiare per sempre la storia: il caschetto biondo Brian Jones e i glimmer twins Mick Jagger e Keith Richards.
Nel gennaio 1963, questi ultimi debuttano dal vivo sotto il nome di Rolling Stones . Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei ’70 suonarono al Marquee : Graham Bond (registrando un LP durante la sua esibizione nel locale), Skrewdriver, Pink Floyd, The Who, Buddy Guy, David Bowie, Led Zeppelin, Soft Machine, Rolling Stones, Van der Graaf Generator, Genesis, Jethro Tull, Dire Straits, AC/DC, Queen e Yes.
Alla fine del 1963, i proprietari del palazzo Marquee notificano a Pendleton le loro intenzioni di ristrutturare i locali e gli danno sei mesi per trasferirsi . Nel 1964 il club si trasferì a breve distanza da quello che è diventato la sua più famosa location, al 90 di Wardour Street.  Anche Jimi Hendrix vi suonò e fu proprio lui a portare il club all’apice del successo infrangendo ogni record di presenze riuscendo a portare nel piccolo club più di 1400 persone.
La Jimi Hendrix Experience ha suonato per la prima volta al Marquee Club la sera del 24 gennaio 1967 e fu la prima di tre storiche esibizioni La notizia che Jimi avrebbe suonato passò di bocca in bocca e ogni chitarrista in città che aveva sentito parlare delle meraviglie di questo chitarrista americano di colore andò a sentirlo al club.
C’era una coda di gente che andava dal Wardour a Shaftesbury Avenue fino alla Cambridge Circus.
Cinque giorni dopo, il 29 gennaio 1967, Jimi Hendrix fu ancora protagonista di un evento storico al Marquee Club.
Annunciato come The Battle of the Bands l'evento era inteso come uno speciale show in omaggio al famoso manager dei Beatles, Brian Epstein, che poi scomparve il 27 agosto 1967. Quella serata fu inoltre caratterizzata da una storica jam session con gli Who. In quella serata si sussurra fossero presenti come spettatori i fab four.
Il 2 Marzo, 1967, Jimi Hendrix suonò al Marquee Club per le riprese del programma della TV tedesca Beat Club, l’esibizione comprendeva l'esecuzione dei brani "Hey Joe" e "Purple Haze". Dopo questo concerto Hendrix iniziò il suo primo tour nel Regno Unito con i Walker Brothers in coincidenza con l'uscita del primo album della Jimi Hendrix Experience"Are You Experienced?".
Il club Marquee si era trasformato nel posto giusto per accendere una carriera musicale e la costruzione di un nome per fare un passo avanti nel mondo della nuova musica rock.
La seconda metà degli anni '70 è stato un momento importante nella storia del club Marquee riguardo con la nascita del punk britannico. Calcarono il palco nomi come Clash, Jam, Ultravox, Pretenders, the Police, Cure, Joy Division, Adam and the Ants, The Damned, Generation X, Siouxsie and the Banshees, e The Sex Pistols.
Questo percorso è stato seguito nei primi anni '80 da nuovi artisti come U2, Duran Duran, Thompson Twins e gruppi più hard rock come Iron Maiden, Motorhead, Def Leppard, Diamond Head, e AC / DC.
A causa della vibrazione costante di migliaia di watt al club per più di 30 anni, nel 1987, una commissione ha stabilito che la facciata del palazzo a 90 Wardour Street era leggermente scivolata in avanti verso il marciapiede, e la sua demolizione era necessaria per motivi di sicurezza. Joe Satriani ha suonato la notte del 18 Luglio 1988 prima che il Marquee ha chiudesse per l'ultima volta.
Nel 1988, il club è stato trasferito a 105-107 Charing Cross e nel corso degli ultima decade degli anni '80 la nuova versione del club Marquee stato ancora una volta un importante punto d'incontro per la scena rock inglese. La serata di apertura è stato il 16 agosto 1988 e ha caratterizzato il celebre disco rock band Kiss.
La nuova sede il club ha continuato a rappresentare una parte importante della storia della musica fino alla sua chiusura nel 1995. Dopo il Marquee, i club Moon Under Water nel 2002 e il Montagu Pyke nel 2004 sono stati aperti nella stessa posizione.


domenica 2 aprile 2017

Saor di verdure.


Il “saor” era il metodo di conservazione che usavano i pescatori veneziani i quali avevano l'esigenza di tenere il cibo a bordo per molto tempo o comunque il più a lungo possibile. Una volta cotte le cipolle con aceto e olio, si posavano a strati inframezzati da sarde fritte in contenitori di terracotta e l’aceto ne garantiva la lunga conservazione .Sono mesi che avevo voglia di preparare il saor ma invece del pesce ho provato ad utilizzare le verdure. Questa ricetta ora che è pronta la dedico alla mia amica Chiara di Mestre perché lei, di saor, se ne intende!

Ingredienti:
  • 500 grammi di zucca
  • 1 zucchina
  • 1 peperone rosso
  • 1 peperone giallo
  • 5 foglie di radicchio trevigiano
  • 3 cipolle bianche
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • aceto di vino bianco
  • 1 cucchiaio colmo di  pinoli
  • 1 cucchiaio colmo di uvetta sultanina
  • olio extra vergine di oliva qb
  • 1 foglia alloro
  • sale.

Mettere in ammollo l’uvetta per una mezz’ora, intanto preparare la zucca, togliendo la buccia e tagliandola a dadini circa, tagliate in questo modo anche le zucchine. Svuotate dei semi i peperoni e tagliateli a striscioline.
In una larga padella stufare le cipolle con un pò d’olio,il sale, la foglia di alloro, aggiungere dopo un pò il cucchiaio di zucchero per  caramellare e poi l’aceto di vino a discrezione (se vi piace di sapore più o meno forte) e lasciare evaporare.
In un altra  padella  sempre con un filo d’olio mettere i dadini di zucca e zucchina e i peperoni a cuocere finchè diventano morbidi ma non sfatti, girandoli spesso. Scottate nella stessa padella per qualche minuto le foglie di radicchio.
Nella padella della cipolla, aggiungete l’uvetta strizzata e i pinoli e insaporite.
Quando il tutto si è raffreddato, in un barattolo fate strati di zucca,zucchina radicchio e cipolle con l'uvetta e i pinoli alternando.
Riponete in frigo anche per un paio di giorni che diventa ancora più buona.
Da servire a temperatura ambiente.


"Se non hai una groupie intorno vuol dire che non stai facendo sul serio" (Frank Zappa)


La prima volta che vidi “Almoust Famous “di Cameron Crow rimasi colpita dal suo modo di descrivere il ruolo delle groupie  all’interno dell’ambiente musicale degli anni '70. Mi sono divertita a chiedere agli amici , musicisti e non, il loro pensiero a proposito di queste figure che gravitavano nell'ambiente rock dei ‘60s e ‘70s. La maggior parte di loro le ha liquidate come “puttanelle” in cerca di fama. E visto che non mi piacciono i giudizi dettati solo dal senso del pudore e della morale ho deciso di studiare un po' questo “fenomeno” .  Coniato dalla stampa intorno alla metà degli anni ’60 e definitivamente consacrato da Rolling Stone nel febbraio 1969, quando la rivista dedicò alle ragazze del rock uno speciale correlato dagli scatti del grande fotografo Baron Wolman, il termine "groupie" definiva l’entourage prevalentemente (ma non solo) femminile che ruotava intorno ai membri dei gruppi rock del tempo, assecondandone le abitudini sfrenate e cercandone le attenzione. Le groupie più famose della storia del Rock hanno goduto tutti i vantaggi del sontuoso stile di vita libertino che i musicisti hanno offerto loro. Il loro compito era ''semplice'', incarnavano una figura femminile protettiva, come se fossero stati angeli salvatori, oltre a essere amanti e comportarsi in modo materno verso i musicisti stanchi, alleviando le loro fatiche e ispirandoli, proprio come delle muse, a scrivere nuovi brani di musica da registrare per il prossimo album. Le groupies erano parte integrante della scena rock and roll dei tempi, e anche della rivoluzione sessuale, prorompente all'epoca come la musica stessa, ed hanno contribuito a rendere magici quegli anni, che senza di loro non sarebbero certo stati gli stessi. È chiaro che di ragazze che attorniavano i musicisti ne esistevano anche prima che a tale fenomeno fosse dato un nome. Ma la rivoluzione culturale degli anni '60 e la nascita dei grandi gruppi rock gettarono le basi per la creazione di contesti del tutto nuovi: sui palcoscenici emergevano figure selvagge e magnetiche che suonavano qualcosa di mai sentito prima, recependo ed elaborando un senso di illimitata libertà a cui davano voce con gestualità carismatica, imponendosi nell’immaginario degli ascoltatori e di fatto entrando a passi larghissimi e trionfali nell’impero delle divinità del rock. In questo senso, le groupie furono un fenomeno illuminato di riflesso dall’esplosione luminosa di personalità di culto che loro stesse adoravano in prima persona, spinte da una viscerale passione nei confronti della musica e del mondo a cui essa apparteneva. Da un lato, soprattutto dopo l’uscita dello speciale su Rolling Stone, scatenarono all’epoca l’aperta disapprovazione dei movimenti femministi, che nell’ostentata ricerca sessuale di quelle che apparivano come “prostitute sottomesse” faticavano a riconoscere il “libero e pacifico scambio di intimità e ispirazione” di cui le ragazze si dichiaravano portabandiera; dall’altro, non poterono che muovere le scandalizzate riserve dei lettori della rivista a causa della giovanissima età di molte delle protagoniste, in molti casi ancora minorenni.La risposta fu sempre univoca e continua ad essere riproposta da coloro che più sono state capaci, non senza un ottimo intuito imprenditoriale, di raccogliere e raccontare la propria scatenata giovinezza al seguito dei grandi nomi del rock: le groupie “erano scelte ma a loro volta sceglievano” e volevano essere esattamente nei letti in cui si infilavano, forti abbastanza per condurre la propria vita esattamente come desideravano, liberissime di prendere parte come no al gioco decadente consumato tra le suite degli hotel più lussuosi e i dietro le quinte dei più grandi palchi. Restituendo attraverso il proprio corpo il piacere e l’estasi donati dalla musica e realizzando così, anche così, una piena comunione, in un totale e spontaneo donarsi. Spesso si trattava di ragazze provenienti dall’ambiente della moda,In altri casi si trattava di personaggi legati a loro volta alla musica e all’arte...Ecco a voi alcune tra le sacerdotesse del rock più famose: 
Tura Satana.
La dirompente e prosperosa protagonista del cult-movie di Russ Meyer, Faster Pussycat Kill Kill! (1965), è stata il primo travolgente amore di Elvis Presley. Fu lei, ballerina di burlesque, ad insegnare al giovane Elvis le celebri mosse che fecero impazzire le fan di tutto il mondo. Lui voleva sposarla e le regalò un anello di brillanti, ma Miss Japan Beautiful gli rispose di no, preferendo continuare la sua carriera di attrice e performer.
Pamela Des Barres
 «Le donne si stavano liberando sessualmente, nasceva la pillola. Per questo mi arrabbio con le femministe che fanno la morale sulle groupie: noi non ci sottomettevano, noi facevamo solo ciò che volevamo"...
La più nota, secondo molti ha ispirato il personaggio di Penny Lane (interpretato da Kate Hudson) nel film Almost Famous e autrice del manifesto sul groupismo: "Sto con la band. Confessioni di una groupie". Pamela ha iniziato a frequentare i backstage giovanissima, aveva 16 anni. Ha avuto diverse relazioni, più o meno durature, con veri e propri monumenti del rock:  Mick Jagger, con il chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page, col batterista degli Who Keith Moon, e di altri artisti come Nick St. Nicholas, Noel Redding, Chris Hillman, Gram Parsons
Cynthia Plaster Caster. 
Siamo nel 1966, Cynthia, una ragazza di famiglia cattolica e conservatrice, studia arte in un college di Chicago. Un giorno, le viene assegnato da un professore il compito di fare un calco di qualcosa di solido. Insieme ad un'amica, decise che non c'era niente di più solido nel 1966 degli organi genitali di una rock star. Questo suo bizzarro hobby la portò un piccolo grado di notorietà nell'ambiente e si fece largo nel sottobosco delle groupie e delle band locali fino ad arrivare a personaggi del calibro di Keith Moon (che si strappo una gamba dei pantaloni per dare alla giovane artista, ancora agli esordi, un grembiule per il suo lavoro) e Jimi Hendrix. Nel tempo, Cynthia si è fatta un nome, che le è valso la dedica di una canzone dei Kiss ("Plaster Caster") e la protezione di un mecenate d'eccezione, Frank Zappa (che, però, non si fece mai prendere un calco, da buon padre di famiglia qual era). Il manager di quest'ultimo, Herb Cohen, le consigliò di nascondere i calchi nella sua cassaforte per proteggerli da furti (pare che qualcuno avesse tentato di rubare la collezione dall'appartamento di Cynthia), ma non volle più restituirli, tanto che si dovette arrivare ad un processo. In seguito, Cynthia ottenne la restituzione delle copie in bronzo delle sculture.
Bebe Blubell.
Modella, playmater negli anni ’70 ha vissuto al seguito di diverse band e frequentato George Harrison, Jimmy Page, Mick Jagger, Rod Stewart e Steven Tyler. È  stata una via di mezzo tra una groupie e una fidanzata: rispetto alle altre ragazze ha avuto relazioni molto lunghe con parecchie rockstar. Nel periodo in cui frequentava  Todd Rundgren, Mick Jagger la corteggia assiduamente e per il suo ventunesimo compleanno Mick le telefonate domandando “Se potessi uscire con tre uomini importanti, chi sceglieresti?” Lei rispose “Pablo Picasso, Einstein e John Lennon” Mick rispose se si poteva accontentare di uscire a cena con lui. Lei accettò e finita la cena Mick le chiese di accompagnarlo da un amico..salirono le scale di un palazzo e davanti ad una porta aperta c’era John Lennon che cantava “Happy birthday to you”..”Dei tre, era il più facile da trovare!” disse Mick..
Lory Maddox
Lori è stata una delle tante “baby groupie" che ruotavano intorno alle band nei primi anni Settanta. Lingerie super colorata, zeppe, boa di struzzo al collo, maglie a rete, pantaloni a zampa d’elefante super attillati, T-Shirts variopinte questo era l’abbigliamento che Lori usava per farsi notare tra la folla dei concerti. “Fuggivo di casa il sabato sera perchè mia madre lavorava tutta la notte in un ristorante”– racconta Lori – “Ero solo una ragazzina ma avevo già le idee molto chiare”. Fu così che Lori una sera conosce David Bowie: “Avevo baciato solo qualche coetaneo, ma ero ancora vergine. Chi non avrebbe voluto avere David come primo uomo nella vita?”. La rock star “rapisce” Lori letteralmente e la porta nel suo hotel, successivamente si rivedono ancora ma è Jimmy Page che colpisce ancora di più la giovanissima Lori. Ed è proprio lui, quello che poi sarà definito uno dei chitarristi più importanti, influenti e versatili della storia del rock, che la fa innamorare all’istante. Lei ha solo 15 anni ed il chitarrista dei Led Zeppelin, da vero gentiluomo, chiede alla madre di Lori il permesso per poter stare insieme a lei. “Diceva che ero il suo giovane angelo”– dichiara Lori – “Lo seguivo nei suoi spostamenti, attendendolo in hotel. La mia intera vita era per lui, non potevo più frequentare la scuola perchè ero troppo impegnata a seguire Jimmy”. Viaggiò per oltre un anno insieme alla band ed ispirò il brano “Sick Again”, uno tra i più grandi successi dei Led Zeppelin. La storia con Page finì nel momento in cui lo trovò a letto con Bebe Blubell 
Chris O' Dell 
Giunta da Tucson a Londra ventenne e con 60 sterline in tasca, divenne assistente alla Apple, l'etichetta dei Beatles, e l'amante di George Harrison e Ringo Starr ma ciò non le impedì di diventare amica sia di sua moglie Pattie Boyd, sia di Maureen Starkey, moglie del secondo. La china del cliché "sesso, droga e rock’ n' roll" la condusse sulla sponda Rolling Stones, che accompagnò in tour nel 1972 (finendo a letto con Mick Jagger); fu poi anche il turno di Bob Dylan, che la assunse come tour manager prima di avere una relazione con lei, e di Eric Clapton. Miss O’Dell è il brano che nel 1973 George Harrison scrisse per Chris O’ Dell. 

Song: "Sick Again" Led Zeppelin
 



domenica 26 marzo 2017

Mini quiche alle verdure e noci.


La quiche lorraine è una tipica torta francese realizzata con panna, uova e formaggio. Visto che mi diverte sperimentare con le verdure ho provato a sostituire tutto questo utilizzando della panna di soya e sono riuscita a cucinare delle mini quiche molto delicate e gustose! Ovviamente la ricetta è valida anche per una quiche unica, in una teglia più grande..

  • Ingredienti:
  • 100 gr di funghi
  • 50 gr di zucca
  • 1/2 peperone rosso
  • 1/2 peperone giallo
  • 100 gr di broccoli
  • 1 spicchio d’aglio
  • Olio extravergine d’oliva
  • 100 g di panna di soia 
  • Un rotolo di pasta sfoglia
  • 10 gherigli di noci spezzettati

Pulite e asciugate le verdure e tagliate i peperoni a listarelle, i funghi a fette la zucca a cubetti e i broccoli a piccoli ciuffi. Tagliate anche l’aglio a fettine. Trasferite tutto in una padella , aggiungete un filo d’olio e fate cuocere a fuoco medio per 10 minuti. Regolate di sale e di pepe e lasciate raffreddare. Mescolate metà del composto con la panna di soya e i gherigli di noce spezzettati. Disponete la pasta sfoglia in piccoli stampi da quiche ricoperti di carta da forno bagnata e strizzata (o in un unico stampo grande da torta) riempiteli con il composto unito alla panna di soya, per formare una base e poi unite le altre verdure usando le strisce di peperone per formare delle piccole strisce sopra le mini quiche. Infornate a 180°C per circa 20 minuti.


Gli Small Faces sono da sempre una delle mie band preferite,un pezzo significativo di storia del pop inglese degli anni sessanta. Nascono nel giugno del 1965 dall’incontro tra gli East London, un trio composto dal chitarrista Ronnie Lane, il batterista Kenny Jones e il tastierista Jimmy Winston con il giovane vocalist e chitarrista Steve Marriot. I quattro ragazzi hanno una caratteristica comune: sono alti tutti intorno al metro e sessantacinque, da cui poi il nome. Nell’ottobre dello stesso anno  firmano un contratto con la Decca per registrare nel 1966 la loro prima pietra miliare: Small Faces. Grazie anche al singolo “Watcha Gonna Do About It”,già registrato dai Drifters, gli Small Faces conquistano il favore del pubblico giovanile britannico e, in particolare, della frangia numerosa dei Mods che imperversavano in lungo e largo nell’Inghilterra di quegli anni. Più  tardi Ian Winston viene sostituito alle tasterie da Ian McLagan, già nei Boz and the Boz People. Kenny Jones (il batterista) ricorderà che “la permanenza di Jimmi (Winston) negli Small Faces era dovuta soprattutto al fatto che questi possedeva un furgone, un vecchio Black Maria. Ma la cosa fondamentale era rappresentata dal fatto che i genitori di Jimmi gestivano un locale, il Ruskin Arms in Manor Park, dove noi potevamo suonare. A parte questo, Jimmi come musicista era terribile...”. Intanto tra i singoli del primo LP spunta un’altra perla “Sha La La La Lee” che raggiunge la terza piazza delle charts inglesi in piena beatlesmania. Nel 1967 il gruppo cambia etichetta, ma la Decca decide comunque di pubblicare una raccolta, “From the Beginning”, che mette insieme versione alternative e singoli inediti degli Small Faces. Nuova etichetta e nuovo produttore, il mago Andrew Loog Oldham che annoverava tra le sue scoperte, niente meno che i Rolling Stones. Sotto la guida di Oldham, gli Small Faces affinano il loro sound. Esce nel 1967 per la Immediate il terzo album e si chiama ancora Small Faces. Le sonorità sono più ricercate, l’energia è sempre la stessa e soprattutto la verve di Marriott appare immutata. Il risultato di cassetta è però sorprendente: nell’aprile del 1968 tre singoli nella top ten (“Itchycoo Park”, “Tin Soldier” e “Lazy Sunday”). "Tin  Soldier" la scrive Marriott per la donna che insegue e sulla quale vuol fare colpo, Jenny  Rylance, una modella che un giorno diventerà sua moglie.”Sono il soldatino di latta che un giorno si è tuffato nel tuo fuoco”, È davvero pezzo straordinario, romantico e potente allo stesso tempo. Una vera e propria consacrazione per il gruppo londinese nato come “mod band” e trasformatosi nel tempo in una realtà musicale che coniugava, ad alti livelli, il soul bianco e la psichedelia. E’ questo il periodo migliore. La band sbarca con i suoi album anche negli States dove trova buoni consensi. Nel giugno del 1968 esce “Ogdens’ Nut Gone Flake”, l’ultimo episodio in studio dei primi Small Faces. L’ LP (dalla copertina tonda) rimarrà in testa alle classifiche inglesi per 6 settimane. Nell’ottobre del 1968 arriva il momento della verità. Gli Small Faces partono per un tour negli Stati Uniti insieme agli Who per affiancarsi a Joe Cocker. Durante la tournee si unirà al gruppo per una session improvvisata il giovane chitarrista degli Herd, Peter Frampton. Da questo momento Marriott e Frampton incominciano a progettare una nuova band. L’eclettico cantante degli Small Faces si dichiara pronto per il grande balzo nel mondo del pop internazionale e sente sempre più stretta l’etichetta di “Re dei Mods”. La rottura ufficiale arriva nel febbraio del 1969. Dalle costole degli Small Faces nascono due nuovi gruppi. Come annunciato Peter Frampton e Steve Marriott danno vita agli Humble Pie. Lane, Jones e McLagan si uniscono a Ron Wood e a Rod Stewart, per formare i Faces nel giugno del 1969. La fine della giovane band è ben celebrata da un Album doppio antologico, The Autumn Stone. Nel 1976 un inaspettato revival, che riporta in classifica “Itchycoo Park”, convince Steve Marriott a riformare il gruppo con gli originari Jones e McLagan, e sostituendo Ronnie Lane con Rick Wills (Camel). Il risultato della reunion è deludente. Due album di scarso rilievo e grandi problemi contrattuali convincono il gruppo a sciogliersi definitivamente. Kenny Jones sostituirà Keith Moon negli Who, McLagan si affiancherà ai Rolling Stones in alcuni tour, Rick Wills si unirà ai Foreigners. Ronnie Lane, dopo lo scioglimento dei Faces si era avventurato in varie esperienze solitarie (alcuni dischi da solista), collaborando in fasi successive con Ron Wood e Pete Townshend. Agli inizi degli anni ’80 Lane è costretto a sospendere la sua attività perché colpito da sclerosi multipla. In suo aiuto verranno organizzati concerti pre raccogliere fondi a cui daranno il loro contributo, tra gli altri, Eric Clapton, Steve Winwood, Jeff Back e Jimmy Page. Nel 1983, la morte di Lane viene ricordata con un grande concerto alla Royal Albert Hall. Dopo l’ultimo scioglimento degli Small, Steve Marriot, con la band omonima, tornerà ai primi amori: concerti in piccoli pubs e session itineranti. “Non ho mai preteso di diventare famoso” disse Marriott poco prima di morire “Tutto quello che desideravo era avere i soldi per l’affitto, un lavoro che mi divertisse e un pò di soddisfazioni. Questo l’ho ottenuto e adesso sono più felice di quanto potessi immaginare”. Nell’aprile del 1991, appena tornato da un viaggio negli Stati Uniti e dopo una giornata di grandi bevute, Marriott tornò a casa e si addormentò con la sigaretta tra le dita, morendo nell’incendio che distrusse la sua abitazione. Note dolenti della fine di un gruppo che, se pur di breve durata ha segnato le pagine della storia della musica.

domenica 19 marzo 2017

Spaghetti di carote con crema di avocado.


La prima volta che ho assaggiato questo piatto crudista ero in un ristorante vegetariano e mi è talmente piaciuto che ne ho ordinate 3 porzioni! Ricetta super semplice che fa venire voglia di estate..

Ingredienti:
  • 2 carote grosse o 4 piccole
  • 1 cucchiaino di olio evo spremuto a freddo
  • 1 cucchiaino raso di sale 
  • 2 cucchiai di succo di limone fresco
  • scorza grattugiata di un limone
  • maggiorana fresca (facoltativo)
  • Alcuni gherigli di noce.
  • Per la crema di avocado
  • 1 avocado maturo bio
  •  1 cucchiaino di succo di limone fresco
  • 1/2 cucchino raso di sale 
  • 1 cucchiaino di olio evo spremuto a freddo


Spiralizzate o affettate con una mandolina le carote. Conditele con olio, sale e limone. Lasciateli marinare fuori dal frigo mentre preparate gli altri ingredienti.
In un frullino mettete tutti gli ingredienti per la crema di avocado e frullate fino ad ottenere una crema liscia e omogenea.
Condite la “pasta” di carote con la crema di avocado, aggiungete la scorza del limone, le foglioline di maggiorana (a seconda del vostro gusto), le noci spezzettate  mescolate il tutto.
Servite subito.

Song:" Sunshine Superman" Donovan



A Londra nei primi anni '60 lo chiamavano "il Bob Dylan inglese" ma in realtà Donovan scoprì una via alternativa a quella di Dylan, riuscì a fondere folk, jazz, raga, musica celtica e musica da camera. Sperimentatore e poeta, capace di unire le suggestioni di Blake ai nonsense di Carroll e alle fiabe per bambini. Nel suo primo periodo musicale le sue conposizioni erano in puro stile folk, eseguite voce e chitarra ma la svolta avviene nel 1966, quando Londra diventa colorata e psichedelica e Donovan abbraccia i valori del "flower power". Sotto la guida del produttore Mickey Most trasforma la sua musica in un caleidoscopio di generi. Il risultato è una manciata di canzoni , fra cui una intitolata "For John and Paul" dedicata ai suoi grandi amici Lennon e McCartney. Mikey gli consigliò di cambiare titolo e di non farla neanche ascoltare a Paul, perché gliel'avrebbe copiata in un minuto. Donovan gli diede retta e naque la versione definitiva di "Sunshine Superman". Una canzone d'amore per la sua futura moglie e musa , Linda Lawrence ma anche una canzone di come l'acido può trasformarti in Superman e farti entrare in stati superiori..perché non è facile entrare nella quarta dimensione e vedere la matrice dell' universo a cui tutto è collegato! L'intero album rappresenta una svolta nella produzione dell'artista scozzese. Una vera e propria band lo accompagna nella maggior parte delle canzoni  (tra gli altri, Jimi Page) e la strumentazione si arrichisce di strumenti orientali come il sitar, grazie all'influenza del suo amico Bryan Jones. Con questo disco Donovan dimostrò di non essere un semplice clone di Dylan ma uno sperimentatore  ispirato e lontano dalle facili emulazioni.