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domenica 2 luglio 2017

Cestini di sfoglia con caponata.


Verdure, verdure e ancora verdure!! Altra ricetta veloce e saporita per le vostre giornate estive..

Ingredienti per 16 cestini
  • 300 g Melanzane lunghe
  • 300 g Zucchine
  • 1 peperone giallo
  • 1 peperone rosso
  • 1 Cipolla rosse di Tropea
  • 50gr Aceto di vino rosso
  • 30 g Zucchero
  • 30 g Sale grosso
  • 50 gr Olio extravergine d'oliva
  • 2 rotoli di Pasta sfoglia
  • Sale fino q.b.
  • Pepe nero q.b.
  • un uovo

 Lavate tutte le verdure sotto abbondante acqua fresca corrente. Spuntate le melanzane e tagliatele a cubetti , poi sistemateli a strati in un colapasta posto su una ciotola ,spargendo del sale grosso tra uno strato e l’altro .Coprite con un piatto e appoggiate sopra un peso in modo che le melanzane rilascino l’acqua di vegetazione lasciate riposare per 30 minuti. Trascorso il tempo necessario, sciacquate le melanzane dal sale in eccesso sotto acqua corrente , poi asciugatele con un canovaccio. Spuntate le zucchine, tagliatele e rondelle e poi a dadini . Ripetete lo stesso procedimento con i peperoni. In una padella antiaderente fate appassire la cipolla affettata finemente con metà dose di olio a fuoco basso, poi aggiungete le zucchine e i peperoni, facendoli cuocere per 10 minuti, aggiungete sale e pepe.
In un’altra padella fate scaldare l’olio, quindi fate cuocere le melanzane a dadini per 3-4 minuti .
Quando le due preparazioni saranno pronte unitele e mescolate il tutto aggiungendo lo zucchero. Versate l’aceto e lasciatelo evaporare a fuoco medio per 3-4 minuti dopo di che spegnete e lasciate raffreddare. Nel frattempo preparate i cestini: stendete la pasta sgoglia e ricavatene con un coppapasta dei cerchi dal diametro di circa 15 cm e sistemateli all’interno di formine in alluminio arricciando, i bordi a mo’ di cestino. Spennellate i dischetti con l’uovo quindi infornateli in forno statico preriscaldato a 200° per 15 minuti (o a 180° per 8-10 minuti se in forno ventilato). Una volta pronti lasciate raffreddare i cestini, poi sformateli e riempiteli con un paio di cucchiai della caponata che avete preparato..

Song "Whole Lotta Loving" Fats Domino






Fats Domino è stato uno degli  hitmaker più consistenti degli anni Cinquanta e una delle figure più influenti nella storia del rock'n'roll. Fin dal suo esordio fu chiaro che non era sua intenzione incarnare l’eroe rock ribelle e dannato. Fats voleva solo fare musica e intrattenere. E lo faceva alla grande mescolando le inflenze creole con il soul, il cajun e il rock. Dall’ aprile 1950 alla fine del 1960, Fats ha avuto 58 canzoni nella Hot 100, 18 delle quali ha superato il milione di copie vendute. Antoine "Fats" Domino è nato a New Orleans il 26 febbraio 1928. E’ stato l'unico dei fratelli che ha mostrato un vero interesse per la musica e ha avuto la fortuna di godere del sostegno di un cognato, il chitarrista Harrison Verrett, che ha finanziato i primi studi musicali di  Domino e gli insegnò le basi per suonare il pianoforte. Il ragazzo ha imparato rapidamente e dieci anni ha dato il suo primo concerto pubblico. Da allora Antoine non ha mostrato alcun interesse per altra cosa che non fosse la musica. A quattordici anni ha lasciato la scuola per lavorare in una fabbrica di giorno e suonare il pianoforte in un locale di notte. Il primo lavoro professionale è stato all' Hideway Club con il gruppo del bassista Billy Diamond. Fu Diamond che lo soprannominò “Fats”. Alla fine degli anni Quaranta, mentre si esibiva all’ Hideway, Domino ha attirato l'attenzione di Dave Bartholomew, leader di un gruppo e noto arrangiatore, che lo mise in contatto con Lew Chudd dell’ Imperial Records. E’ stato "amore a prima vista" e nel 1949 Domino firmò con la casa discografica. Come tutti i musicisti di New Orleans, Domino è stato veramente un prodotto della sua città, anche se più tardi ha sostenuto che le sue uniche influenze furono pianisti boogie classici, come Meade Lux Lewis, Pete Johnson e Albert Ammons. La città era un focolaio di pianisti, come Roy Byrd chiamato Professor Longhair, Paul Gayten, Joseph Pleasen, noto come Smilin 'Joe, Leon T. Gross, chiamato Archibald, Salvador Douchette, Edward Santineo, Walter " Fats" Pichon e James Booker. Queste erano le basi, ma Fats ha cominciato a sviluppare nuovi suoni ispirati alla tradizione di New Orleans. La prima sessione di registrazione per la Imperial iniziò il 10 Dicembre 1949 presso il leggendario J & M Studios di Cosimo Matassa. Tra le canzoni registrate c’era 'The Fat Man', che fu la prima hit di Domino e il suo primo successo di un milione di copie. 'The Fat Man' era una sorta di divertente auto-presentazione: “They call, they call me the fat man 'Cos I weight two hundred pounds". 'Fat Man' era un adattamento di 'Blues di Junker', una canzone che parla di tossicodipendenza, che aveva fatto parte del repertorio di Domino durante la sua permanenza a Hideway Club. Fats era personaggio – ed è stato così per tutta la sua carriera - che sprigionava immediata simpatia; dall’aspetto bonario era sempre sorridente e riservato, e non ha mai avuto bisogno di forzare i propri atteggiamenti per suscitare l’entusiasmo del pubblico che assisteva alle sue esibizioni. La gente voleva da Domino il Rock’n’Roll anche se a lui piaceva definire la sua musica Rhythm & Blues. Per molto tempo Domino ha continuato a sfornare singoli di successo per la Imperial Records, vivaci e divertenti, che puntualmente raggiungevano i primi posti delle classifiche di vendita; “Every Night About This Time” (1951), “Goin’ Home” #1 nel 1952, “Please Don’t Leave Me”, “Goin’ To The River” nel ’53. In effetti il Rock’n’Roll sarebbe espoloso nel 1955 ma nulla ci impedisce di affermare che lo spirito di questa nuova musica fosse già ben evidente nei dischi di Fats precedenti a quella data fatidica . E sono proprio del ’55 altri tre grossi successi come “Ain’t That A Shame” (che conquista le classifiche pop), “All By Myself”, "Whole lotta Loving" e “Poor Me” mentre invece sono dell’anno successivo “I’m In Love Again”, “Blueberry Hill” e “Blue Monday”, e del ’60 è “Walking To New Orleans”, un pezzo che a differenza degli altri tipici del repertorio di Fats è una ballata più soul e malinconica. Cosa senza precedenti: tutti e 22 i dischi incisi per la Imperial furono hit su entrambi i lati, cioè sia la canzone incisa sul lato A che quella sul lato B (44 canzoni in tutto) entrarono in classifica. Poi però quando nel 1963 Fats passò alla ABC-Paramount la sua stella si affievolì, anche per via dei tempi (e i gusti della gente) che stavano cambiando e la British Invasion era alle porte. Ma Domino era oramai una leggenda e ha continuato ad incidere dischi fino al 1970, pur senza ottenere il successo di un tempo, e a tenere concerti per la gioia dei suoi numerosi fan.
Continuò a fare concerti dal vivo molto seguiti per vari decenni e gli è stata riconosciuta una grande influenza sulla musica degli anni sessanta e settanta dagli stessi artisti dell'epoca: il pezzo Lady Madonna dei Beatles venne scritto da John Lennon e Paul McCartney per emulare lo stile di Fats Domino.
Domino riuscì a tornare in classifica per l'ultima volta nel 1968, ironia della sorte, con una cover di Lady Madonna dei Beatles, che comparve al #100 per due settimane consecutive.
Negli anni ottanta Domino decise che non avrebbe più lasciato New Orleans, godendo di una buona rendita per via dei diritti d'autore e non amando viaggiare, dichiarò che non avrebbe potuto trovare un cibo migliore da nessun altra parte. Non lo dissuasero dal suo proposito nemmeno l'ingresso alla Rock and Roll Hall of Fame ed un invito a suonare alla Casa Bianca. Fats Domino oggi ha 89 anni e si sta godendo una meritata pensione dopo essere miracolosamente sopravvissuto alla devastazione dell’uragano Katrina che gli ha fatto perdere la casa e tutto ciò che aveva compreso decine di dischi d’oro e premi alla carriera. Dopo l’urgano ha deciso di tornare sulle scene per la sua città e per dimostrare che l’anima musicale della sua New Orleans non era stata cancellata..


domenica 25 giugno 2017

Summer sandwiches di melanzane e zucchine


E' iniziata l'estate e abitando al mare mi capita spesso di fermarmi in spiaggia fino a tardi, per poi arrivare a casa affamatissima! Questi "sandwiches" sono perfetti sia per un pasto veloce e leggero ma anche come aperitivo, per stuzzicare l'appetito di chi avrete la fortuna di far sedere alla vostra tavola..

Ingredienti:
  • 2 melanzane
  • 2 zucchine
  • 200 g di passata di pomodoro 
  • una cipolla 
  •  un mazzetto di basilico 
  • olio extravergine d'oliva 
  • zucchero 
  • sale, pepe
  • 5 pomodori pizzutelli
  • 200 g di pesto
Tagliare le melanzane a fette alte mezzo cm, cospargerle di sale e lasciare spurgare per un'ora. Soffriggere la cipolla tritata con un po' d'olio, unire la passata , salate, pepate, aggiungere un pizzico di zucchero e cuocete per 20 minuti. Poi profumare con parte del basilico tritato.
Lavate le zucchine, tagliatele a fette alte mezzo cm e grigliatele. Cuocete allo stesso modo anche le melanzane lavare e asciugare.
Preparare il pesto (seguite le istruzioni nella ricetta degli spaghetti di zucchine!). In una ciotola unite il sugo di pomodoro al pesto ottenuto, mescolando in modo che si amalgamino.
Formate dei sandwich disponendo a strati melanzane, zucchine, due foglie di basilico, qualche pezzetto di pomodoro e un cucchiaio di pesto rosso. Lasciate raffreddare per un paio d'ore e gustateveli dopo essere tornati da una lunga giornata di mare!

Song: "Break On Through" The Doors





Mi sembrava doveroso parlare dei Doors, gruppo grazie al quale, da adolescente,  ho iniziato a comprare e collezionare vinili. Sono trascorsi 50 anni dall’uscita di “The Doors”, uno dei migliori album di debutto nella storia del rock, con una mescolanza generi che spaziano dal rock, al blues, alla classica, al  jazz accompagnati da una lirica fortemente poetica. Visionario, intenso, selvaggio, il disco è un saggio del talento poetico di Morrison, ma anche della straordinaria abilità degli altri musicisti: Robby Krieger, ottimo compositore e chitarrista,,Ray Manzarek, tastierista e organista in grado di comporre ed eseguire anche melodiche linee di basso, John Densmore, batterista jazz in perfetta sintonia con i tempi teatrali e i rituali ipnotici della band. L'alchimia musicale dei Doors fonde blues e rock psichedelico, poesia decadente e teatralità, rituali occulti ,fornendo un contesto seducente per la voce accattivante di Jim Morrison. "Light My Fire" è stato il brano che ha superato le classifiche e ha consacrato la band nel girone delle star, ma il resto dell'album è altrettanto impressionante: "Break on Through" (il loro primo singolo ) due minuti tiratissimi per un inno generazionale Morrison predica la ribellione e la ricerca della libertà assoluta, “Soul Kitchen”, tributo a un ristorante di cucina a Venice Beach chiamato Olivia's dove a Jim piaceva andare perché gli ricordava il cibo di casa che riscaldava la sua "anima",la lisergica "The Crystal Ship", in cui si viaggia in luoghi surreali e mondi remoti, nei quali ritrovarsi dopo aver abbattuto ogni barriera. Da qui si torna con i piedi per terra con "Twentieth Century Fox" ( a mio parere la meno interessante del disco) per passare ad “Alabama Song” cover di una canzone lirica tedesca scritta nel 1929 da Kurt Weill e Bertolt Brecht.. Dopo questi due intermezzi l'anima incendiaria dei Doors riprende il sopravvento nei sette minuti di "Light My Fire", ode al sesso che si consuma tra le fiamme di un blues-rock selvaggio firmato da Krieger. Giriamo il disco e parte “Back door man” seguito dalla melodica "I Looked at You" e  "Take As It Comes" .A questo punto si potrebbe pensare che l’album abbia preso una piega più “easy” ma i Doors sono anche maestri nello stemperare il pathos con improvvisi cali di tensione, infatti arriva "End Of The Night" una fiaba notturna a far presagire che il finale sarà tutt’altro che leggero: "The End” 11 minuti per la versione rock del mito di Edipo che ti annebbia la mente; la voce suadente di Jim ti schiaffeggia improvvisamente con il suo urlo "Mother, I want to fuck you!", Il brano sarà reso ancor più immortale dalla colonna sonora di "Apocalypse Now", il capolavoro di Francis Ford Coppola.  La puntina si alza e io torno con i piedi per terra , ma è stato bellissimo tornare quindicenne per 43 min..


domenica 18 giugno 2017

Spaghetti crudisti di zucchine con pesto e pomodorini.





C’è chi ama ricevere fiori dal proprio innamorato, io preferisco di gran lunga ricevere cibo e conoscendomi ieri il mio compagno mi ha comprato delle magnifiche zucchine biologiche con le quali ho preparato un piatto decisamente estivo, idratante, fresco con ingredienti di stagione. Le zucchine sono ortaggi molto ricchi di acqua quindi molto indicati in estate. Il loro sapore delicato si sposa molto bene con quello più deciso e profumato del pesto. L’aggiunta di pomodorini dà una nota colorata e gustosa a questo piatto. La preparazione è facilissima e velocissima, senza cottura. Una volta conditi gli spaghetti vanno serviti immediatamente perché, essendo le zucchine molto ricche di acqua, perdono la loro freschezza.

Ingredienti:

  • 4 zucchine medie
  • 6 cucchiai pesto
  • 10 pomodorini di Pachino tagliati in pezzi
  • sale e pepe macinato fresco
  • Foglie di basilico per decorare
Ingredienti per il pesto:

  • 25 gr di foglie di basilico 
  • 50 ml di olio extravergine d'oliva 
  • 35 gr di parmigiano reggiano da grattugiare 15gr di pecorino da grattugiare 
  • 8 gr di pinoli
  • 1/2 spicchio d'aglio
  • 1 pizzico di sale grosso.
Prima di tutto preparate il pesto: mettete tutti gli ingredienti nel bicchiere del minipimer ed emulsionante fino a formare una crema.

Lavare le zucchine, tagliare le estremità. Preparare gli spaghetti usando l’apposito affetta verdure per tagliare le verdure a julienne.
In una ciotola condire gli “spaghetti” con 5 cucchiai di pesto e i pomodorini. Salare e pepare a piacere.
Disporre gli spaghetti su un piatto di portata, decorare con del pesto e basilico.



  Song: "1969" The Stooges



Il punk fu inventato nel 1969 e non a New York né tantomeno a Londra  ma nella città industriale per eccellenza, capitale dell'industria automobilistica, che svela il suo cuore di tenebra, marcio e nichilista, diventando punto di riferimento per una generazione di proto-punk affamati di sesso, droga e rock'n'roll: Detroit. E' proprio a Detroit che nascono gli Stooges, gruppo guidato dal frontman James Jewel Osterberg alias Iggy Pop che sul finire degli anni Sessanta cambiò il corso della storia della musica, proponendo una personale rivisitazione del rock degli anni sessanta (Hendrix e i Doors) esasperandone la componente decadentista e sguaiatamente disperata. Debuttano nella notte di Halloween del 1967. Ed è proprio il carisma del frontman ad attirare una folla di curiosi alle loro prime esibizioni. Iggy Stooge - come fa chiamare - è un animale da palcoscenico, un pazzo che incendia la platea ricorrendo a ogni forma di esibizionismo, comprese forme di autolesionismo selvaggio. Durante i live non di rado si procura ferite sul petto e sulle braccia; e c'è chi lo ritiene il vero inventore dello stage diving .
Danny Fields dell'Elektra in quel 1968 è a Detroit per ingaggiare gli Mc5 (amici e grandi sostenitori degli Stooges) e quando li vede dal vivo rimane folgorato per la potenza del suono e l’impatto della band sul pubblico. E un anno dopo, nell’agosto del 1969, esce The Stooges, il loro primo album. A produrlo, viene chiamato John Cale, ormai in rottura con i Velvet Underground. Questo album li catapulta nella scena musicale americana come un fulmine a ciel sereno negli anni del festival di Woodstok e del "Flower Power". E’il manifesto della noia e dell'insoddisfazione generazionale cui la band si fa portabandiera, una caduta senza appigli all’inferno, dove non c'è alcuna speranza di salvezza o di auto-realizzazione. Tutto appare già chiaro fin dal primo riff di chitarra dell'album, quello che dà il via alla opening-track 1969 che rappresenta la frustrazione di una generazione di sconfitti ancora prima di nascere, una generazione “no future”, così come la nomineranno poi i Sex Pistols, quasi un decennio dopo; tutta l'insoddisfazione della band è rappresentata divinamente dalla voce sguaiata di Iggy Pop che pronuncia con disillusione la frase culminante: “It's another year for me and you/Another year with nothing to do“. Con il secondo pezzo si toccano gli apici della depravazione e della ricerca di un'anarchia autodistruttiva: I Wanna Be Your Dog è il manifesto perfetto del punk-prima-del-punk, una canzone violentissima caratterizzata da un riff paurosamente compatto e ipnotico. Il pezzo esplode con il furente ritornello che ripete per tre volte di fila, con rabbia sempre maggiore, l'aspirazione di Iggy a ridursi ad un oggetto di sfogo sessuale. Il terzo brano dell'album, We Will Fall spezza il ritmo e di fatto fa da spartiacque del disco. E’ un pezzo lungo dieci minuti che ricorda i deliri di Morrison: sembra di essere in mezzo ad una seduta spiritica nella quale l'”Iguana” è un medium inquietante che ci racconta le sue aspirazione di uno squallido amore consumato nella stanza 121 di un motel, chiudendo il brano con una frustrante considerazione: sono le sei del mattino, è tempo di chiudere questa parentesi amorosa e di ritornare alla noia di tutti i giorni, addio. Si ritorna al punk con No Fun, tanto è vero che i Sex Pistols chiusero il loro ultimo concerto proprio con questa cover: nella prima parte della canzone Iggy, sempre supportato strumentalmente dai suoi degni accompagnatori, ci mostra l'inutilità e la disperata solitudine del genere umano (“Nessun divertimento ad andare in giro/Sentendosi sempre allo stesso modo. Real Cool Time ci riprta al desiderio amoroso, o meglio sessuale dell’iguana, il quale ulula la sua brama di fissare un appuntamento: lo stesso concetto si ripete per tutta la canzone, per mettere in risalto la disperata ricerca di emozioni che alla fine si risolvono sempre in un circolo vizioso, quello dell'insoddisfazione che lo porta alla  continua ricerca di emozioni e della continua disillusione di essi. Con Ann i toni si smorzano e Iggy Pop ritorna a fare il Jim Morrison, anche per quanto riguarda le liriche: è pura poesia, anche se si intravede sempre in qualche modo la frustrazione di un desiderio che non potrà mai appagare fino in fondo sé stesso (“Ho guardato dentro i tuoi gelidi, gelidi occhi/Mi sono sentito così bene, così bene/Ho galleggiato nelle tue piscine/Mi sono sentito così debole, così triste”). Il tema dell'amore non corrisposto e della disillusione dei desideri insiti nella natura umana ritorna anche nella seguente Not Right, nella quale Iggy con il solito tedio pronuncia svogliato le solite rime di desolazione (“Voglio qualcosa, vogli qualcosa questa notte/Ma lei non puoi aiutarmi perchè non è a posto/No, no, no, no/E' sempre, è sempre la stessa menata”). Lo stesso tema conclude anche l'album in un apice di depravazione e degenerazione, quella Little Doll in cui Iggy narra il suo massimo momento di realizzazione, una nottata passata con una “bambolina”, una prostituta, unico spicchio di felicità (apparente) in una vita caratterizzata da frustrazioni e insoddisfazioni. Il disco è finito, il braccetto torna al suo posto e ti accorgi di aver ascoltato  34 minuti e mezzo di pura energia distruttivamente punk ..lunga vita a Iggy, lunga vita agli Stooges!