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sabato 19 novembre 2016

Mele alla cannella con budino di cachi.


Questa ricetta è nata in un pomeriggio piovoso in cui avevo voglia di qualcosa di dolce da mangiare ma in casa avevo solo frutta..ci ho pensato un pò e  in mezz'ora è venuta fuori una merenda veramente goduriosa!

Budino di cachi

  • 1 cachi maturo
  • 2 cucchiai di cacao amaro in polvere.

Spellare un cachi  maturo,mettere la polpa in un contenitore, aggiungere due cucchiai di cacao amaro in polvere e ridurre in crema con il frullatore ad immersione. Trasferire il tutto in uno stampo per budino e mettere in frigo per 30 minuti trascorsi i quali non vi resta che assaggiare questa meraviglia!

Mele alla cannella

  • Una mela
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • Il succo di un arancia
  • Un bicchiere d'acqua
  • Due cucchiai di cannella in polvere.

Dopo aver lavato e asciugato le mele con un panno da cucina , sbucciatele e tagliatele a rondelle.
Mettete lo zucchero in una casseruola aggiungete l'acqua, il succo d'arancia e la cannella e portate a bollore lasciandolo per 2 o 3 minuti.
A questo punto versate gli spicchi di mela, mescolate delicatamente e lasciate cuocere a fuoco basso.
Dopo aver cotto per 10 minuti le mele, toglietele dal fuoco e servitele con della frutta secca sbriciolata..

Song "Bang a gong" T-Rex


Il 1965 è l'approdo di un percorso esistenziale fantasmagorico per il diciottenne Mark Feld, ex-principe dei Mods londinesi e dandy barocco per vocazione. Il background a base di Elvis, insieme con altre piccole, vecchie e nuove divinità - Cliff Richards, Eddie Cochran, Bob Dylan, Syd Barret - come in un Olimpo costruito a propria immagine e somiglianza, è sobillato dall'emergere planetario di un nuovo, determinante e portentoso fenomeno: l'ascesa dei Beatles. Mark, acrobata sulla sottile linea di demarcazione tra realtà e fantasia, non teme certo di sfidare la possibilità, e, imbracciata la propria chitarra, inizia a bazzicare diversi studi di registrazione, con una manciata di cover - biglietto da visita. L'operazione non frutta alcun contratto, ma procura un manager all'ambizioso sognatore, Mike Puskin, autore del passaggio dalle speranze di Mark Feld alla determinazione di Marc Bolan, con una k in meno e un cognome nato probabilmente dalla contrazione tra lo stilista Bohan (un altro tra i molteplici eroi di Mark) e il songwriter Dylan. Il contratto tra i due dura un anno, durante il quale Marc incide per la Decca "The Wizard", primo singolo solista e delizioso psych-garage donovaniano, incrocia tra le quinte di un qualche programma pop un ancora sconosciuto Jimi Hendrix e si diletta a scrivere racconti fantasy. Il 1966 non è ancora finito, ma evidentemente Marc non ha bisogno di troppo tempo per ammaliare la gente: Simon Napier Bell è il suo nuovo manager, ed è che con lui che incide per la Parlophone "Hippy Gumbo", piccolo e ingiusto flop.
È il 1967, e Marc diventa chitarrista e corista dei John's Children, a cui ruberà immediatamente la scena, per poi andarsene dopo soli tre mesi e un infelice tour di supporto agli Who. Il nuovo vagabondaggio è segnato da un incontro illuminante, quello con il sitar di Ravi Shankar, da cui il ritorno di fiamma al rock acustico e un folle annuncio sul Melody Maker per cercare chitarra, basso e batteria. Il primo a rispondere è il percussionista e corista Steve Peregrine Took...Ecco a voi i Tyrannosaurus Rex! Tra il 1968 e il 1969, vengono realizzati "My People Were Fair and Had Sky in Their Hair... But Now They're Content to Wear Stars on Their Brows", "Prophets, Seers & Sages - The Angels of the Ages" e "Unicorn", sorta di saga in tre atti  dalla mirabile limpidezza acustica a narrare i più reconditi afflati di aria, terra, fuoco e aria col supporto di un impianto percussivo come gentilmente sostenuto dalle tantissime creature dei boschi che abitano la penna di Marc.
Lasciatosi alle spalle un 1969 segnato non solo da un cambio d'organico, ma anche da una crisi coniugale, risolta nella riconciliazione con una June Child al limite della devozione e un incrociare il proprio talento a quello del Bowie  dalla freccia magnifica di "Space Oddity" (per cui leggenda vuole che Marc suoni la chitarra in "The Prettiest Star), è tempo di alleggerire la nomenclatura, così da facilitare il lavoro ai dj in radio : i Tyrannosaurus Rex divengono, molto più agilmente, T. Rex. Gli abiti di scena si fanno scintillanti e la quantità di glitter con cui enfatizzare un aspetto già di per sé insolito diventa un segno di riconoscimento - tra i tanti - per meglio identificare Marc e la sua musica.
"T. Rex", nel 1970, non è che l'anticamera piacevole di ciò che sta per accadere l'anno successivo. Il training volto a dinamizzare il suono, sino all'epoca dei Tyronnosaurus Rex orgogliosamente abbarbicato alla frugalità dell'approccio acustico, riesce alla perfezione ed "Electric Warrior", nel 1971, ne diventa l'irripetibile saggio finale. Il progetto, irrobustito dalla progressiva ascesa e dal carisma irresistibile di Bolan, nasce già ambizioso: l'organico si amplia, con Steve Currie al basso elettrico, Bill Legend alla batteria ed un'incursione del produttore Tony Visconti ai violini. È come se l'elfo più bello del bosco avesse perso l'innocenza, divenendo consapevole del proprio fascino, amplificato da un fare innocentemente provocante, nella volontà di sedurre definitivamente il mondo. L'androginia smaliziata non allontana il pubblico, ma ne scatena ancor più violentemente l'immaginario. Tutti vogliono essere Marc, meno accidioso di Bowie e più viscerale del futuro Bryan Ferry.
Il glam-rock di "Electric Warrior" è luce per eccellenza, e saranno, qualche anno di là da venire, solo le infauste circostanze a gettarne le ombre. Il trampolino di lancio è  "Bang a gong (Get It On)", ed è immediatamente visibile il cambio di rotta verso un suono più denso ed elettrificato. I T. Rex di "Electric Warrior" sono una creatura nuova, sfrontata e vanitosa, giustamente vanitosa e Marc ha ormai archiviato l'antico languore silvestre, per lanciarsi in un vibrato sussurrato mordicchiando l'orecchio all'ascoltatore.
 Dopo è Gloria, di nome e di fatto. Marc, monarca assoluto tra piume e lustrini, cavalca l'onda del proprio ego, perdendone le coordinate e iniziando a sguazzare nella debolezza delle dipendenze. Malgrado il successo gli arrida ancora per qualche anno, la critica non è poi così magnanima con i suoi nuovi lavori, e alcool e droga sono lì a portata di mano.
Marc ricomincia dall'amore, costruendo ex-novo la sua vita con Gloria Jones, la bellissima vocalist della Northern Soul (la stessa dell'originale e poi abbondantamente coverizzata "Tainted Love" del 1964) conosciuta qualche anno prima in America.
La morte deciderà di affidare proprio a Gloria l'auto nella quale Marc compirà l'ultimo viaggio: la notte del 16 settembre 1977 - a un mese esatto dalla dipartita di Elvis - la Mini Gt viola su cui la coppia viaggia va a schiantarsi contro una quercia. La stella ha compiuto la sua traiettoria, troppo breve, seppur intensa, per lasciare qualche barlume di consolazione.

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